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Diario letterario di un’italiana in Australia: la mia vita a Bicheno

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Rieccomi dopo lunghe assenze a raccontarvi di me, della mia vita a Bicheno, delle mie letture e della terra dei canguri.

Non ci sentiamo da qualche tempo per parlare della mia avventura australiana, ma penso che un diario ogni tot basti avanzi perche non conduco un’esistenza molto emozionante negli ultimi tempi; nel senso, è diversa dalla mia concezione abituale, perchè siamo entrati in una sorta di routine, ma può sembrare interessante da certi punti di vista, dunque ora cercherò di renderla più accattivanta possibile (chissà se ce la farò, ma ci proviamo).

Ricapitolo un po’ quel che è successo fin ora: sono in Australia da un anno e 4 mesi ormai; ho vissuto a nord, in Queensland e dopo un breve periodo a scuola d’inglese, sono andata a lavorare in una farm così da adempire immediatamente ai miei 88 giorni per poter stare in questo paese non uno, ma due anni; dopodichè, con una breve parentesi a Bali, sono partita con il mio ragazzo e un amico per un viaggio on the road che mi ha permesso di vedere gran parte del territorio australiano; sono approdata a Perth dove ho vissuto per cinque mesi per provare un esperienza in città, facedo la cameriera in un ristorante italiano (che adorabile clichè che sono) e vivendo in un ostello in centro; per finire, dopo essere stata due settimane in Thailandia, io e Federico abbiamo deciso di raggiungere degli amici in Tasmania, l’ultimo stato di questo immenso paese dove mi mancava di piantare la mia bandierina, ed ora eccomi qui.

Nel paesino turistico dove vivo, Bicheno, ormai da più di un mese lavoro in una fabbrica che esporta aragoste vive.
Direte voi: cosa ci fa una ragazza alta meno di un metro e sessanta come te in un posto del genere? Non lo so, se ci penso mi viene da ridere.
La prendo con molta filosofia perché è il mestiere più strano che io abbia mai fatto nella mia vita, e so che non incontrerò mai un’altra persona che come me ha toccato tonnellate di aragoste vive (se poi l’incontro ve lo dico, perché sarebbe una casualità troppo strana).

Il lavoro che svolgo è praticamente lo stesso dei ragazzi, anche perché sono l’unica donna che lavora nella zona operativa e con la mia testa di coccio voglio dimostrare che riesco a fare lo stesso degli altri, e che vale la pena tenere anche a me. La determinazione è la mia spinta più forte, e non vi nego che all’inizio era dura, perché il lavoro è in un certo qual modo fisico; ma devo dirvi la verità, nonostante all’inizo fossi alquanto spaventata perchè sai, non mi sono mai immaginata a toccare crostacei vivi per mestiere, è molto meglio del previsto: non sono infatti andata in crisi come quando lavoravo in fattoria, dove odiavo quel posto e lo facevo perché ero costretta. Qui vado felice la mattina, e mi diverto a fare le stesse cose dei ragazzi, perché alla fine mi sento in qualche modo forte.

Andando sulle mie solite riflessioni e pipponi esistenziali, grazie a questo nuovo impiego mi sento più emancipata che mai, ho muscoli che mi sorprendono ogni giorno (dove siete stati fino ad ora?) e il mal di schiena dopo un poco di esercizio passa: insomma se un anno fa mi avessero raccontato cosa sto facendo ora, non mi sarei mai e poi mai immaginata di essere qui e reagire in questo modo.
Devo ammettere che in queste cose, come l’accettare con filosofia diversa queste sfide e vivere con serenità un lavoro del genere, noto che questo paese mi ha cambiata molto, dalle piccole cose (prendere coscienza che gli insetti fanno parte della tua quotidianità ad esempio) a quelle un po’ più grandi come questa.
E se ripenso a come è cambiata la mia ansia da quando sono partita, o da come mi sentivo una ragazzina spaesata e insicura all’arrivo, mentre ora mi sembra di essere di nuovo bambina nella mentalità tanto da credere ogni giorno alle parole che la mia mamma mi diceva: «tu nella vita puoi fare di tutto», e mai come ora pensare che sia vero.

Dopo queste riflessioni però torniamo a quel che faccio qui a Bicheno nella fabbrica di lobster, e vi racconto nel pratico: sposto cassette piene di queste bestie marine e prendo le stesse dalle taniche in cui stanno prima di essere impacchettate. In pratica è questo, poi ovviamente come in tutte le cose c’è una quotidianità e una routine operativa che non vi racconto nemmeno, perché non so poi fino a che punto vi possa interessare.

In questa azienda ci sono solo australiani, e noi siamo i primi backpackers che abbiano mai assunto.
Vorrei fare una piccola premessa al riguardo: le persone che lavorano con me sono tutti uomini nati e cresciuti, vissuti tutta una vita qui nelle vicinanze. Quindi nemmeno in periferia, ma in un Australia rurale, fatta di villaggetti, pesca nel tempo libero e bistecche tutte le sere.
Faccio questo cappello introduttivo perché sono persone molto colorite, che oltre allo slang per la maggior parte incomprensibile, non sono, se vogliamo metterla giù leggera, proprio di mentalità apertissima.
Il primo giorno che siamo arrivati li, per esempio, a me e Fede non ci ha salutato nessuno; ora invece sono carini e gentili, ma all’inizio erano assai chiusi.
Sono persone di campagna, non per generalizzare eh, ma sono un pelo rozzi e coloriti, e diffidenti con il nuovo. Un ambiente che non avrei mai visto se non in un luogo come questo, e che alla fine rappresenta un’immagine di alcune zone dell’Australia (che di campagna e bush e piena zeppa).

Stranamente, come vi dicevo, dopo poco tempo questi colleghi si sono fatti più gentili e aperti, e sono carini anche con me, pare mi abbiano preso addirittura in simpatia. Sarà probabilente che me ne sto nel mio angolino zitta ad osservarli, per la storia di essere donna, o chissà.
La loro simpatia nei miei confronti si nota, oltre a gasarmi dicendomi che sono forte, perché mi hanno iniziato a dare dei compiti di responsabilità e più burocratici che fisici; probabilmente perché sono femmina e parlo inglese eh, magari è solo tutto nella mia mente, ma mi fanno provare a fare cose nuove, che in genere fanno solo tra di loro. Quindi direi che non va per nulla male, almeno per il momento.

Interrompo il mio flusso di coscienza per racontarvi dei miei libri e letture; durante la settimana la lettura non avanza molto perchè la sera quando torno a casa voglio solo spegnere il cervello e godermi un po’ di sana trash tv australiana (un giorno ve ne parlerò meglio), mentre durante il week end mi butto nella lettura pazza e disperatissima; nel 2020 ho terminato sei volumi per il momento, e ne ho ancora un paio in lettura.

Come primo libro dell’anno ho letto L’editing, il laboratorio del libro di Laura Salvai, e l’ho trovato un manuale piccolo e carino, ma con molti concetti da approfondire.
Ho finito Arrivare a domani di Marco Di Carlo per una collaborazione con Edizioni foglio di via e l’ho trovata una storia originale e con molti spunti di riflessione.
Ho letto anche La banda dei brocchi di Jonathan Coe e mi è piaciuto da morire nonostante un inzio lento che non capivo dove portasse, ritrovando intrecci e cambi di stile tipici dei miei romanzi preferiti dell’autore (La casa del sonno e La famiglia Winshaw).
Ho terminato poi un romanzo molto dolce e delicato, che affronta un tema difficile come l’olocausto e il rapporto tra un soldato tedesco e una ragazzina scampata alle SS in Hans Mayer e la bambina tedesca, gentilmente inviatomi da Bonfirraro editore, scritto da una scrittriche che incredibilmente ha 14 anni, che ho trovato complessivamente piacevole e carino.
Durante il week end ho concluso Le avventure di Gordon Pym, classico che volevo leggere da tanto che nonostante sia un libro strano mi è piaciuto molto per lo stile, e nella sua stranezza l’ho apprezzato .
Infine ieri ho iniziato e finito un volume dal titolo Corso di scrittura condensato che è stata una lettura velocissima, interessante ma bisogna ammettere che ho letto libri migliori al riguardo.

Sto leggendo ancora oltre questi titoli che ho finito; si, altri libri, non mi stanco mai.
Ho letto uno dei racconti di Stephen King di Stagioni diverse e ho inziato il mio primo romanzo dell’autore, Rose Madder che è qualcosa che non aspettavo per niente in senso positivo, per stile e per trama.
Ho iniziato La storia di Elsa Morante, a spizzichi e bocconi; e nonostante sia un gran bel libro, me lo sto gustando piano.
C’è stato nel mezzo pure un romanzo fantasy come lettrice beta e ne ho iniziato un altro ieri.
Insomma, gennaio è stato un mese ricco di pagine, e anche se in genere l’anno lo inizio sempre a mille, questa volta non mi sembra di leggere tanto come gli anni scorsi.

Concluso lo spazio letterario, ritorno a raccontarmi la mia routine da australiana che vive in un paesino piccolino come Bicheno e che indossa un cappellino per mimetizzarsi con gli autoctoni.
La nostra vita sociale come potete vedere dalle mie letture ma anche come si può dedurre per la desolazione che ci circonda non è alle stelle ultimamente, ma per ora mi piace vivere un periodo casalingo, in cui ho ricominciato a far dolci e a dedicarmi più a me stessa, senza stare nella bolgia cittadina e vivendomi questa Australia autentica.
Ancora abbiamo esplorato poco la zona perché lavoriamo tanto e il week end ci rilassiam; in genere faccio lunghe passeggiate in spiaggia e ogni tanto andiamo in città per lo shopping (città che dista due ore di macchina eh, quindi è una bella gitarella).
La settimana scorsa, andati li per fare la spesa, abbiamo visto anche le scimmie nel parco di Launceston (non ho idea perché ci fossero dei macachi giapponesi in Tasmania onestamente).
Sabato ci sono addirittura andata da sola a ritirare il mio iPhone che era a riparare, mentre i ragazzi erano a lavorare: è stata un esperienza edificante, era la prima volta che guidavo sola per così tanto tempo, in strade di campagna che non consiglierei nemmeno al mio peggior nemico.

Bene direi che aver oltrepassato le 1500 parole può bastare, e anche gli aggiornamenti di questo diario letterario sono finiti.

Da Bicheno è tutto, a presto con nuovi aggiornamenti e buon inizio settimana a tutti.

Un abbraccio

Giorgia

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