Il giorno della civetta

Il giorno della civetta, uno scorcio sulla Sicilia e l’Italia, mafia inclusa

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“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.” 

Mi è capitato sotto mano Il giorno della civetta di Sciascia, in uno dei miei sabati in libreria.

Non credevo possibile che un libretto così piccolo potesse sorprendermi tanto (e non è la prima volta che accade, di recente, che un libro preso per caso, mi sorprenda a tal punto da non riuscire a smettere di leggere).

Uno scritto essenziale e ritmato, per il libro più famoso di Sciascia, che apre con un omicidio. Un impresario edile, Salvatore Colasberna, viene assassinato mentre sale sull’autobus. Nel tempo in cui i carabinieri si accingono sul luogo del delitto, tutti i testimoni, i passeggeri dell’autobus e un venditore di panelle, sono spariti.
Le indagini vengono affidate al commissario Bellodi, originario del nord, di Parma, che si mette a indagare su questo delitto e la scomparsa, quasi contestuale, del signor Nicolosi; probabilmente ucciso per aver visto il volto dell’assassino.

Le indagini si svolgono e sbrogliano nodi intricati, avvicinandosi a possibili capi mafia. Il tutto è contornato da un clima di rigida omertà e da poteri forti infastiditi da queste investigazioni, rendendo il giorno della civetta il primo che parla chiaramente della mafia in un periodo in cui questa era quasi una leggenda.

Il giorno della civetta è un quadro perfettamente dipinto della Sicilia, dei suoi usi e dei suoi costumi, delle sue passioni, dei suoi protettori e dei suoi silenzi. Un inquietante retroscena di un paese che ancora cinquant’anni dopo è viziato e corrotto da avidità e potere, nelle mani di delinquenti che tirano le fila del nostro Belpaese.

Il giorno della civetta

In una nota in fondo al libro, specificando che la sua è un’opera di fantasia, l’autore esprime la sua rabbia per non poter essere completamente libero di dire quel che desidera anticipando le possibili accuse di vilipendio. Nell’avvertenza a fine romanzo, aggiunta in un secondo momento, all’edizione de Il giorno della civetta di Einaudi, Sciascia stesso parla soprattutto del “mito” della mafia.

Negli anni sessanta, quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, lo stato ne negava pubblicamente l’esistenza. Esistevano altre opere che citavano questo termine, “I mafiusi di la Vicaría”, commedia teatrale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, scritta in siciliano e “Mafia”, scritta per il teatro in italiano, da Giovanni Alfredo Cesareo. Come le chiama Sciascia, apologie del “sentire mafiuso” come stile di vita: non quello criminale, ma un modo di vivere e comportarsi, amministrando la giustizia fuori dalle regole dello stato.

 

 

In questo l’autore dunque è un rivoluzionario: è il primo a parlare apertamente di qualcosa che per il suo tempo è solo una presenza, quasi un fantasma che tutti conoscono ma di cui nessuno vuole parlare.

Durante la lettura si entra infatti in un mondo di omertà, quasi fastidiosa, in cui tutti sanno ma nessuno dice.

Interessante anche la compartecipazione dello stato a quelli che sono gli illeciti commessi nel racconto. La corruzione di un sistema macchiato e corroso nel profondo, che cerca di affossare gli onesti, per camuffare fatti evidentemente e inconfutabilmente commessi da un’organizzazione criminale.

Mi sono immedesimata molto nel commissario Bellodi, nordico come me, estraneo ai meccanismi di una società completamente diversa dal suo modo di pensare. Un eroe, come tanti dopo di lui, che cerca di tirar fuori il marcio di cui sente l’odore. Un eroe che non è ispirato effettivamente a qualcuno, ma diventa ispirazione per chi verrà dopo di lui e cercherà di combattere quei meccanismi contorti che ahimè esistono ancora oggi.
Il commissario funge anche come rottura della classica visione del carabiniere che non è più barzelletta ma uomo colto. Mi sono sentita molto vicina a questo personaggio anche per la sua cultura e riferimenti letterari che fa durante il racconto.

Il giorno della civetta è un libro che ha toccato nel profondo la mia sensibilità e il mio senso di giustizia: breve ma intenso, è un romanzo che apre gli occhi su una realtà tutt’altro che sorpassata, reale e tangibile ancora oggi nel nostro paese.
Da leggere per non chiudere gli occhi, per non dimenticare il cancro terribile che affligge posti stupendi come la Sicilia, e l’Italia tutta. E per ribellarsi alle assurdità di uno stato nello stato, malato e violento.

Giorgia

Per altre recensioni venite a trovarmi qui 🙂

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