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Diario letterario di un’italiana in Australia: welcome to Tasmania

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Sono rientrata in Australia.
Si me ne sono stata via per pochissimo, quindi non è un grande avvenimento.
Il grande avvenimento è che però mi sono spostata; non vivo più a Perth, ma sono in fase di esplorazione dell’unico stato che mi mancava da vedere della terra dei canguri: la Tasmania, un isoletta sotto la mainland, piccola con un ecosistema ancora più peculiare della parte soprastante, con animali propri e unici al mondo (vedi Echidna, ornitorinco e il celeberrimo diavolo della tasmania) e vicina niente popodemeno che al polo sud, quindi tremendamente fredda.

Ora che sto facendo base qui infatti mi chiedo il perché io abbia scelto di trasferirmi a ghiacciololandia, quando in questo momento in tutta l’Australia la temperatura media è trentanove fott****mi gradi, mentre io per scrivere questo articolo ho: la felpa imbottita, maglietta, canottiera, sono sotto le coperte (perché il mio nuovo studio è il mio letto) ma ho soprattutto l’estremità dei piedi in fase di congelamento. Le scelte contano, aren’t they? Si vede che mi merito di stare in uno dei paesi più caldi del mondo, ma al freddo. Mi consolo per il fatto che almeno abbiamo i pinguini qui!

So che oggi sembra che sto raccontando tutto a mo’ di stream consciousness che Joyce spostati proprio, ma diamo un ordine a questo racconto e partiamo dall’inizio dopo questa serie di farfugliamenti senza senso.

Lasciata la torrida Thailandia quindi sono atterrata a Hobart, capitale della Tasmania. Qui io e Dolce metà ci accingiamo a ricongiungerci al nostro gruppo: eh si perché ora abbiamo una sottospecie di gang, tanto che a Perth ci avevamo dato anche un nuovo the italians.
Scherzavo ovviamente parlando di gang, anche se il nomignolo lo avevamo proprio perché eravamo la congrega di italiani nel nostro ostello. Ora ci siamo spostati in massa (tranne qualche rara eccezione) dalla mainland all’isoletta vicino all’antartico, ed ecco come abbiamo ritrovato i nostri compagni in una nuova città, ma in questo selvaggio stato che è la Tasmania.

Tornati dalle vacanze il nostro unico obiettivo era quello di cercare un impiego, ma non abbiamo fatto in tempo ad arrivare che quello ha trovato noi. Mentre ci stavamo riprendendo dal nostro viaggio di ritorno che per me e Fede è stato alquanto doloroso al limite della completa distruzione fisica (tre aerei, spostamenti da aereoporti ad altri nella stessam città, e quindi ore di scali in totale), i ragazzi hanno trovato lavoro per tutti. Ebbene sì, la storia è andata così: il nostro amico che da questo chiameremo E, aveva un colloquio in un paesino a tre ore di autobus da Hobart; a questa interview per caso o per un’inaspettata fortuna partecipa pure Andrea andato inizialmente in qualità mero accompagnatore; durante il tutto vengono assunti; chiedono se c’è la possibilità che possono assumere anche per noi. Fine.
Il giorno dopo eravamo tutti su un autobus regionale pieno di ragazzini che tornavano a casa da scuola con direnzione bicheno, paesino di meno di novecento anime sulla costa a nord della capitale.

Dopo due settimane sono sempre qui e ancora non abbiamo iniziato la nuova occupazione per dei ritardi sulla produzione: ed ecco perché rischio di diventare pazza.

Il posto è meraviglioso, spiagge da favola, percorsi da trekking incredibili, isolette mozzafiato, una comunità di pinguini, le balene che passano di qui per le migrazioni: un paradiso direte voi. Soltanto che oltre a questo non c’è proprio nessuno e un bel nulla da fare: Bicheno è un paesino molto turistico, con qualche negozietto, un supermercato, una farmacia, un pub, due o tre ristoranti and that’s it. Niente di niente, nada, nisba, e io come potete intuire dal mio tono dal retrogusto di isteria, un po’ ci sto diventando matta (come d’altronde continuo a ripetere, non serve essere degli indovini per capirlo).

La Tasmania già regala un sacco di emozioni come vedete.

La nostra futura occupazione sarà in una fabbrica di aragoste. Si avete capito bene, aragoste.
Un mestiere sicuramente bizzarro che non vedo l’ora di iniziare perché secondo me se ne vedranno delle belle onestamente, ma ancora nulla.

I ragazzi Andrea e E hanno già iniziato alla factory, in pratica il giorno dopo che siamo arrivati qui; noi invece attendiamo.
Nel senso: l’agenzia con cui siamo stati “assunti” aveva fisasto a me e Dolce metà una specie di colloquio per la settiana scorsa, dal nome inducton: tradotto in soldoni è una presentazione dell’azienda, compili moduli e carte per iniziare il lavoro in regola con la burocrazia, e infine ti spiegano la mansione; in genere dopo tutto questo un’occupazione la hai quasi per certo. Tale induction l’avevamo fissata per venerdì scorso, ma la sera prima è stata spostata a data da destinarsi, causando la nostra tristezza dovuta all’idea di una nuova settimana senza svaghi alcuni in paese.

Ora in teoria questo venerdì dovremmo avere ancora fissata una nuova, ma staremo a vedere. In più, abbiamo anche ieri ricevuto un’altra offerta in una farm di ciliegie vicino la città e siamo un po’ combattuti sul da farsi. In ogni caso, se non iniziamo presto, saremo costretti a emigrare verso nuovi lidi poiché è tempo di combinare qualcosa, basta vacanze.

Attenzione però, senza troppi sbattimenti, ce la stiamo vivendo moderatamente bene nonostante io sembri un pelo psicopatica in questo mio scritto, e riponiamo la nostra fiducia nelle aragoste, la quale stagione abbondante di pesca dovrebbe iniziare questo fine settimana. Ce lo ha detto Google, e noi di Google ci fidiamo.

Stavo per dimenticarmi di parlarvi delle mie letture, che stolta. Cosa ho letto nelle ultime due settimane? Ho finito due volumi, ovvero La boutique del mistero di Dino Buzzati e Lezioni americane di Italo Calvino; il primo una raccolta di racconti brevi e un po’ macabri, ma meravigliosi, e il secondo una serie di conferenze sulla letteratura firmate da uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso. Ho deciso che poi non voglio avere niente in sospeso col 2019 visto che l’anno sta per finire, e mi sono buttata a finire due letture sulle quali avevo decisamente procrastinato negli ultimi mesi: la prima è il secondo volume de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, che si presenta bene da solo, e il secondo un saggio molto interessante sul rapporto tra LGBT e letteratura dal titolo Amore e pregiudizio. Progetto di finirle molto presto visto che sono piena di tempo libero, che sto dedicando sì alla lettura, ma anche a recuperare un po’ il tempo perso sul blog, sto ascoltando podcast e audiolibri a tema scrittura ed editoria, sto facendo dei mini corsi online e alcune letture in Betareading: insomma, mi sto tenendo la mente il più impegnata possibile, visto che la noia si è impossessata di me!

Bene: con sproloqui più deliranti del solito, dal fronte australiano anche stavolta è tutto, vi saluto dalla fredda e ventosa Tasmania, sperando che ogni tanto pensiate a me che quasi congelo in un posto dove ci sono veramente i pinguini (la battuta è terribile lo so, ma non ho potuto resistere).

Non so quando ci sentiremo, ma credo che scriverò un aggiornamento pre-natalizio e uno post-natalizio così vi faccio sapere se sono ancora in vita, se sto bene, se le aragoste mi hanno mangiata viva.

Baci&abbracci

P.s. Quasi dimenticavo: Dicembre è arrivato, ma io anche quest’anno il Natale non lo sento.
No, non sono diventata il Grinch, magli australiani mica festeggiano come noi; anzi, possiamo ben dire che o vivi in una città grande, o del Natale nel resto del paese non frega molto a nessuno: non un albero, non una decorazione, nemmeno una pallina ne un santa klaus si è ancora visto in giro. Mi fate sapere se riuscite a scoprire perché l’Australia tutta è stata cancellata dalla mappa di babbo natale? Ridatemi la mia festa preferita, mi manca l’atmosfera, ve ne prego!

Ora davvero ho finito, davvero baci&abbracci, davvero alla prossima.

See ya!

Giorgia

P.P.s. se non sapete di che ho farneticato fino a ora e volete capire cosa è questo diario letterario, vi invito a vedere la sezione del blog a lui dedicata -> Diario letterario di un’italiana in Australia!

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