Kitchen, il romanzo d'esordio di banana yoshimoto book-tique

Recensione di Kitchen di Banana Yoshimoto

Reading Time: 3 minutes
Kitchen Book Cover Kitchen
Banana Yoshimoto
Narrativa
Feltrinelli Editore
2014
160

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina...” Così comincia il romanzo di Banana Yoshimoto, Kitchen, pubblicato con grande successo in Italia in prima traduzione mondiale da Feltrinelli (1991). È un romanzo sulla solitudine giovanile. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute, che riempiono i sogni della protagonista Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, rappresentano il calore di una famiglia sempre desiderata. Ma la grande trovata di Banana è che la famiglia si possa non solo scegliere, ma inventare. Così il padre del giovane amico della protagonista Yu¯ ichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità. Con questo romanzo, e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine del Giappone completamente sconosciuta agli occidentali, con un linguaggio fresco e originale che vuole essere una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Kitchen, il romanzo di esordio di Banana Yoshimoto

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.

Sabato mattina in libreria, con un piccolo gruzzolo da investire per le mie letture. Entrata per comprare un manuale sullo Yoga, il mio sguardo si ferma sui libri in offerta. Li splendente vedo Kitchen di Banana Yoshimoto, che con la sua copertina accattivante, attira la mia attenzione. Avendo sentito parlare molto bene di lei lo compro presa dall’entusiasmo e dal feeling che sento tra me e il libro

Kitchen è il romanzo che ha portato alla fama Banana Yoshimoto, una delle più famose scrittrici giapponesi viventi.
Nella mia edizione firmata Feltrinelli editore, la storia è divisa in due parti, storie scollegate tra loro e indioendenti l’una dall’altra: Kitchen e Plenilunio.

La prima parte parla della storia di una ragazza rimasta sola al mondo, Mikage, che ha appena perso l’unica persona che aveva al suo fianco, la nonna. Questo la porta dapprima a isolarsi dal resto della gente, per poi scegliere di andare a stare da un amico di sua nonna. Con un po’ di fatica iniziale, Mikage si ritroverà ad avere una nuova curiosa famiglia, facendoci capire che qualche volta si può scegliere la famiglia da avere.
Una storia intensa e molto forte che parla di dolore e analisi interiore, immergendo completamente il lettore “occidentale” come me in un mondo e in una forma mentis diversa e a tratti difficile da capire, assaporando a pieno l’introspezione giapponese.

Nella seconda parte del libro, Moonlight shadow o Plenilunio (tradotto nell’edizione italiana) abbiamo un cambio di protagonista. L’adolescente Satstuki ha perso il suo giovane fidanzato e vive nel rimpianto di non avergli detto addio. Sembra di essere proprio in una storia al limite tra manga e miti popolari cinesi, perché l’ambientazione si stacca dalla realtà a tratti brutale di Kitchen, per avvicinarsi al fantastico e al paranormale. Comparirà, infatti, nel bel mezzo della storia Urara, una ragazza misteriosa, che aiuterà Satstuki a chiudere il cerchio e a far passare il dolore e il rimorso.

La morte ha una forte presenza in tutte le due parti del libro. L’autrice è legata molto a questo tema e lo fa suo in molti dei suoi scritti, e in Kitchen lo sperimenta per la prima volta. La morte è vista come mancanza forte, che porta inevitabilmente a una profonda solitudine. Malinconica e introspettiva, una giovane Yoshimoto ci racconta una storia molto triste, riuscendo benissimo a trasmettere quella sensazione di vuoto che si ha dopo la perdita di una persona. Nonostante la tristezza ci lascia un lieve spazio alla speranza però. Quindi la dipartita è la metafora di un nuovo inizio, morte e rinascita collegate per ricominciare a vivere una nuova vita.

Kitchen, il romanzo d'esordio di banana yoshimoto book-tique

In realtà la vera protagonista di Kitchen non è Mikage, ma è proprio la cucina. Tutta la storia e accompagnata dal tema del cibo, dall’amore della stanza in cui si fa da mangiare, alla passione nel cucinarlo al momento di aggregazione con il pasto. Interessante è la cultura del cibo nipponica raccontata e spiegata in tutte le parti della loro arte culinaria e stile alimentare, facendoci capire che il Giappone non è obbligatoriamente solo sushi.
La cucina è visto anche come luogo sicuro, l’ultimo retaggio che ricorda la famiglia e il senso di sicurezza, l’unico posto che dia tranquillità e protezione all’interno della casa.

Lo stile della Yoshimoto e sempre molto dolce e delicato, qui come in ogni suo libro. La delicatezza dell’autrice si sposa perfettamente alla durezza dei temi trattati creando un’ottima compensazione, rendendo, nonostante la tristezza intrinseca dei suoi racconti, piacevole la lettura. Uno stile molto semplice che rispecchia quello dei manga giapponesi, di cui la Yoshimoto si porta dietro l’eredità e le esperienze pregresse.

Se devo essere sincera il libro mi ha lasciato con l’amaro in bocca, come se alla storia mancasse un pezzo, un finale. Collegare due racconti profondamente diversi, anche se sotto certi aspetti simili, mi ha lasciato spiazzata. Ho continuato a leggere le sue pagine con la speranza che la Banana tanto amata dalla gente mi stupisse, ma non è stato così purtroppo.

Ho però adorato lo stile della Yoshimoto, per questo gli ho dato altre chance e ho comprato e letto altri suoi libri. Non me la sento, però, di consigliare Kitchen come prima sua lettura. Questa scrittrice ha un talento incredibile, ma a parer mio, che non la fa brillare tanto in Kitchen quanto nei suoi successivi romanzi.

Consiglio la lettura però a chi è amante del Giappone, dei suoi usi e costumi, della sua cultura e soprattutto del suo cibo!

Giorgia

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