Al''ultimo respiro

#Condilibri Gennaio – All’ultimo respiro di Gabriele Missaglia

Bentornati all’angolo mensile del racconti brevi di autori emergenti.
I racconti che vengono pubblicati qui sono quelli vincitori del contest letterario mensile del gruppo Facebook Autori emergenti la rete, una comunità di scrittori poco noti che io aiuto a gestire. Il contest si chiama #condilibri, e ogni mese in base ad un tema scelto da una giuria preposta, gli aiuti devono scrivere racconti di un massimo di 1000 parole che rispettino il tema. A votare una giuria di blogger letterari, che da un voto a 5 categorie che sono scrittura messaggio trama tema e un voto generale del racconto. Il vincitore come nei talent show è quello che ha raggiunto il punteggio più alto.
Questo mese il tema erano gli animali, e il racconto vincitore è stato quello del nostro Gabriele Missaglia che ha toccato un tema molto particolare: la corrida spagnola.
Ma bando alle ciancia, eccovi il racconto dal titolo All’ultimo respiro.

All’ultimo Respiro

Quante ce ne volevano? pensò Antonio, sgargiante nel suo vestito rosso, pieno di paillettes.
Ne aveva infilate dodici di spade nella schiena del toro, ma non accennava a morire.
Secondo quanto aveva appreso dal suo maestro, nessun animale ne poteva superare dieci: forse non aveva considerato che nella vita esistevano le eccezioni.
Il pubblico cominciò a rumoreggiare, era lì da trenta minuti ad attendere la scena madre.
Antonio fece un passo verso il suo nemico. Risuonò in tutto lo stadio: il cappello, la giacca e i pantaloni annunciavano ogni sua mossa con mille sonagli.
Il suo piede atterrò sul terriccio diventato fango: era mischiato con il sangue che grondava dal suo avversario come un fiume.
Non ti muovi, eh? Va bene…
Antonio, vedendo che il toro sembrava essere su un altro pianeta, si avvicinò ancora di più, nella speranza di farlo reagire. Stava violando la prima legge della corrida, la prossimità, ma il pubblico voleva il sangue, e non importava fosse il suo o dell’animale.
Maledizione, se non mi attacchi non ti posso finire… pensò Antonio mentre la calura trasfigurava il toro, la sabbia e lo stadio in un quadro impressionista.
Doveva muoversi ancora verso il nemico, purtroppo.
Prese un profondo respiro, chiese aiuto agli dei e alzò il piede da terra.
Il terriccio, troppo viscido per il sangue, fece scivolare il suo piede destro a meno di un metro dal toro.
Odér!
Per fortuna, il piede sinistro di Antonio si piantò d’istinto su quella parte di campo ancora sabbia; a terra, sarebbe stato in balia di quella grossa bestia, nera di pelle e di rabbia per tutti gli stuzzichini di ferro che gli aveva infilato nella schiena.
Scusami papà…
Antonio si immaginò il padre Carlos, tra il pubblico, imprecare dio, la madonna e sé stesso per essersi lasciato convincere. Non voleva che suo figlio intraprendesse la strada che aveva scelto lui; e guardandolo violare ogni tipo di precauzione che gli aveva insegnato, Antonio era sicuro che ormai aveva perso più di un lustro e mezzo della sua vita.
Il toro, nonostante le mosse di avvicinamento di Antonio, non dava ancora segni di vita; non sbatteva le palpebre, non si muoveva, non si preparava alla carica: se non fosse stato per il ritmo regolare del respiro, poteva essere scambiato per la statua di bronzo a Wall Strett.
«La madre que me pariò!» disse a denti stretti Antonio.
Non aveva alternative: doveva avanzare. Se avesse affondato da quella distanza, non sarebbe riuscito a spingere tutta la spada nella carne dell’animale.
Non voleva nemmeno pensare a una simile eventualità: il toro non sarebbe morto, si sarebbe infuriato ancora di più e il loro estenuante scontro si sarebbe notevolmente allungato. Sapendo che non avrebbe retto ancora per molto, Antonio cercò di fare fondo a tutto il coraggio che aveva nel corpo e nello spirito.
Cazzo per essere la prima volta, non potevo chiedere di meglio…
Il pubblico cominciò, di nuovo, a rumoreggiare.
Erano già passati quarantacinque minuti senza che a terra ci fosse il toro, o il torero.
L’unico spettatore che non aveva aperto bocca dall’inizio della corrida era Carlos.
Aveva tramandato a suo figlio ogni mossa, trucco e tecnica per prevalere sull’animale; nessuno dei suoi insegnamenti però sembrava sortire alcun effetto.
Del resto, come lui stesso più volte aveva detto al suo alunno, la corrida era la quintessenza della vita: un gioco ad armi pari con un avversario forte, grosso e imprevedibile; ma per vincere, l’abilità contava quanto la fortuna: se ne si era sprovvisti, nemmeno essere il più talentuoso tra gli umani era un pass valido per la sopravvivenza. E a quanto poteva vedere Carlos, suo figlio non era né talentuoso, né fortunato. Per questo, si coprì gli occhi quando Antonio tentò di avanzare; non voleva assistere a quello che sarebbe successo.
Ora Antonio si trovava a quaranta centimetri dal muso del toro. Non aveva più vie di fuga: se il toro avesse caricato, avrebbe sentito le sue corna risalire dall’addome fino ai polmoni.
Ti amo mamma…
La tensione era palpabile; il pubblico sembrava evaporato, i due contendenti erano fermi al centro dell’arena e solo un lontano fruscio vibrava nello stadio, quasi a dar prova che il tempo stesse ancora scorrendo.
Antonio alzò la spada, la puntò sull’avversario e si preparò all’affondo.
Nemmeno in tale occasione il toro reagì. Era fermo: Antonio poteva specchiare nei suoi occhi neri come il vuoto, il suo vestito rosso, la sua espressione impaurita e la spada appuntita e tremante.
Non ti sei mosso e non mi sembri intenzionato a farlo pensò Antonio.
«Cosa vuoi che faccia?» mormorò al suo contendente.
Forse per la calura, forse per la stanchezza, forse per la paura, gli sembrò che il toro mosse la testa quasi ad assentire; pareva gli stesse chiedendo il favore di ucciderlo.
Antonio per un attimo si scompose. Con la mano sinistra, si asciugò il sudore della fronte. Scrutò nuovamente lo sguardo del suo avversario, per capire se quello che aveva visto era frutto della sua immaginazione, di un sogno o se fosse la pura e semplice realtà.
Un brivido gelido corse lungo la schiena.
Non poteva spiegarselo, ma Antonio era sicuro stesse implorando pietà; il corpo madido di sangue, le spade che luccicavano al sole, l’inutile prolungarsi di quella sofferenza: il toro voleva morire ed era quella la ragione per la quale non aveva reagito. Aveva atteso, per terminare il prima possibile quella stupida agonia.
Va bene amico mio, ti concedo la morte.
Antonio raccolse le forze nella spada, chiese perdono al cielo e affondò il colpo.
La caduta del suo contendente scatenò la festa sugli spalti.
Il pubblico era in visibilio per il sacrificio, Carlos sollevato per la fortunata vittoria del figlio, Antonio in ginocchio.
Accanto all’animale, dal quale sgorgava un sangue rosso, grumoso e cupo, si stava chiedendo se con il toro fosse morta una parte di lui.

Gabriele Missaglia

Il racconto All’ultimo respiro è di proprietà del suo autore, che ringrazio per la gentile concessione.

Vi è piaciuto All’ultimo Respiro?

Se la risposta è si vi segnalo il Romanzo di Gabriele Missaglia,Il Diario: Un destino già scritto. Potete avere tutte le info sul libro qui –>Il Diario: Un destino già scritto.

Ringrazio sempre la mitica giuria di blogger che valuta assieme a me questi racconti ed ha decretato All’ultimo Respiro come vincitore:

Leggo Quando Voglio
La libraia matta 90
Il Labirinto dei libri
Mirabilia Blog
Ec_Shivers’

Al prossimo mese con un nuovo racconto, ma se ne volete leggere altri, li trovate qui–> #Condilibri

Giorgia

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