Diario Letterario Di Un’italiana In Australia - Capitolo 33: il mio viaggio in outback

Diario Letterario Di Un’italiana In Australia – Capitolo 34: il mio viaggio in outback

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Sono tornata da cinque giorni d’isolamento e contemplazione: siamo stati questa settimana nel deserto australiano, l’outback, una landa sconfinata di niente e terra rossa, popolata da canguri e dingo, in cui non ho fatto altro che pensare, riflettere, leggere e perdermi in questi paesaggi incredibili.

Procediamo però con ordine.

Ad Adelaide abbiamo passato due giorni di pioggia e riposo, preparandoci ai 3400 chilometri da percorrere andata e ritorno per Uluru (la grande pietra rossa nel deserto, l’avrete vista almeno una volta nella vita, dai).

Lunedì mattina abbiamo noleggiato un bel camper, che si è rivelato molto più grosso di quel che potessi immaginare. Il tutto mi ha causato turbe e ansie in vista di me che guidavo quel bestione.

Un piccolo contrattempo durato un’ora e riguardante il freno a mano, ci fa partire già con ritardo per quello che è il nostro grande viaggio nell’outback.

Il camper è grandino, ideale per tre persone e super attrezzato, da noi e dalla compagnia di noleggio, per tutto il necessario per passare qualche giorno nel nulla, e così ci mettiamo in strada.

La prima parte è stata ovviamente quella più normale, tra paesini, autostrade, campi. Man mano che la strada avanzava però la natura iniziava ad abbassarsi e arrossarsi, grandi alberi e campi lasciavano spazio a una vegetazione che via via andava diradandosi, trasformando tutta la flora in spogli rami secchi e cespugli bruni.

Passato anche l’ultimo paesino costeggiando uno dei famosi laghi rosa australiani, eccoci finalmente nell’outback, il grande rosso.

La sensazione che ti dà fermarti in un posto del genere è di stupore ma anche un po’ di paura: ti trovi nel niente, con nessun rumore, e un senso di pace e misto a terrore per quella terra sconfinata, brulla e brutale che ti ritrovi davanti. L’outback é di certo un luogo inospitale che però dagli aborigeni è considerato sacro, in cui la vegetazione non si capisce come faccia a restare eroicamente verde, dove anche la sua stessa fauna lotta per la sopravvive. A un certo punto sembra di essere in un cimitero a cielo aperto perché le carcasse dei canguri, degli Emù e delle auto sulla strada sono tanti; ti sembra di ritrovarti in un luogo abbandonato da Dio che può sputarti fuori in un secondo, diventando a tratti inquietante, come per lasciare un messaggio a noi viaggiatori di stare attenti, perché questa antica terra è veramente pericolosa.

Il paesaggio però è davvero favoloso e suggestivo, e man mano che si avanza le macchine e i grandi camion diventano sempre più rari, facendoti sentire solo in questa grande avventura.

Per la serie Fun Fact, guidando il nostro bestione ho scoperto che tra camperisti c’è una strana e dolce solidarietà, e come tra motociclisti ci si saluta per la strada quando ci si incrocia. Adoro salutare gli sconosciuti (lo so sono strana, mi piacciono queste piccole cose) e questo piccolo riguardo mi è piaciuto parecchio!

Altra soddisfazione importante è stata la guida: Andrea sembra naturalmente dotato per queste cose e dopo un breve momento di ricognizione già era in grado di usare il bestione, ma io devo dirvi che ero un po’ in soggezione, non ritenendomi proprio una provetta pilota. Poi è arrivato il mio turno di guida e, se la scorsa settimana ero fiera di aver guidato la nostra macchinina per così tanta strada, questa volta l’orgoglio è stato doppio perché ho guidato questo coso enorme per molto più del percorso dell’altra volta; sempre più proud of me.

Il primo giorno abbiamo fatto solo 700 chilometri, avendo perso troppo tempo tra mattina e soste, e al tramonto, quando ancora una volta il cielo si è colorato di fucsia e ci siamo ritrovati a vedere quella meraviglia dai mille colori anche qui dove il rosso continua a perdita d’occhio, ci siamo posti domande per la notte, ormai prossima. Troppo lontani dalla tappa prestabilita, alla quale mancavano ancora 250 chilometri, e timorosi di guidare nella notte qui (tutti gli autoctoni hanno vivamente sconsigliato di farlo come se fosse un pericolo mortale) ci accingiamo in una piazzola di sosta, dove abbiamo trovato già due camper parcheggiati, decisi a fermarci in quel posto per dormire. Intorno a noi solo silenzio e una distesa sconfinata di niente.

Il mio solito coraggio mi ha fatto brutti scherzi, e vedendo tutti i cellulari senza linea e un luogo degno di un terribile film horror, devo dire, con un adorabile francesismo, che un po’ mi sono cagata sotto. La stanchezza si, grazie al cielo, è fatta sentire e dopo una cena veloce sono crollata prima della dieci, dormendo come un ghiro fino all’alba; e svegliandomi senza un graffio, ovviamente.

L’alba è stato un altro momento memorabile, perché il sole che sbuca prepotente la mattina dietro l’orizzonte e le nuvole, in un posto come quello, è davvero una suggestione che ti capita di vedere poche volte nella vita.

E dopo aver chiuso tutta la nostra baracca ambulante, abbiamo rimesso il carrozzone in moto con direzione Uluru questa volta: nove ore di viaggio previste e 900 chilometri di strada da fare ancora.

Abbiamo visto cambiare il paesaggio tante volte, con le strade che si facevano sempre più deserte e senza anima viva, senza centri abitati per centinaia e centinaia di chilometri.

E poi dopo tanta strada eccolo che compare davanti ai tuoi occhi, gigantesco e rosso in mezzo a questa vegetazione secca e aspra che popola l’outback: maestoso e purpureo, tanto grande che in un attimo si comprende perché è considerato sacro per gli aborigeni. Il modo che poi ha di riflettere la luce del sole è incredibile: al tramonto diventa tutt’uno con il rosso del cielo iniziando a brillare.

Passata la bella apparizione, decidiamo di fermarci prima di arrivare, visto che la notte sta incombendo e non ce la sentiamo di proseguire.

Il mattino seguente finalmente andiamo ad Ayers Rock (Uluru nel suo nome inglese) in un grandissimo parco nazionale e ammiriamo la grossa pietra da vicino, che sembra più una montagna che un sasso per essere onesti. Tanta strada e finalmente siamo ai suoi piedi! Rubo una battuta di fede e vi dico: ebbene una volta ho fatto 1700 chilometri solo per vedere una pietra (risate in platea).

Inizia così la nostra esplorazione: ci giriamo attorno, esploriamo il perimetro e ci lasciamo aggredire dalla quantità più alta di mosche che io abbia visto in vita mia. Non ho apprezzato molto che molti turisti si arrampicassero su Uluru, poiché come vi accennavo è un posto sacro per i nativi australiani, e chiedono espressamente di non farlo per rispettare le loro tradizioni. Ai turisti a quel che sembra non frega molto e la gente si è accalcata comunque per salire la monumentale pietra rossastra. Triste, l’ho trovato davvero molto triste.

Il pomeriggio ci spostiamo in un altro parco nazionale molto bello, vicino ma non così tanto, dove abbiamo visto il tramonto e cercato un campeggio per ricaricare le energie, nostre e del camper.

In un viaggio del genere, senza distrazioni e dispositivi digitali, è impossibile per un lettore leggere avidamente: durante il nostro cammino nel deserto ho letto molto, intensamente e con passione.

Nello specifico ho iniziato ben tre libri: cominciato Tropico del cancro in inglese, e devo dire che lo sto leggendo molto a rilento; il libro non è un volume semplice e faccio un po’ fatica a entrare nella storia. Poi anche la lingua mi sta dando delle difficoltà onestamente (un conto è Harry Potter o Piccole donne che conosco già, ma un libro “adulto”, letteratura diciamo, mi sta mettendo alla prova): quindi ho deciso di prenderla con calma leggere un paio di pagine al giorno, tanto fretta non ne ho.

Ho iniziato anche il classico del mese per il gruppo di lettura di Lezioni di letteratura: il libro questa volta è il temutissimo Ulisse, di cui ho letto i primi tre capitoli. Joyce deve essere stato un genio si, ma io ho fatto fatica a comprendere quel che leggevo, tanto da dover leggere ogni volta tutte le note, le spiegazioni in fondo al libro e andare a controllare anche su internet. Vedremo come si evolverà la situazione, visto che questo pesante tomo mi accompagnerà per un bel po’ di tempo.
Ma ora veniamo al libro della settimana, quello più amato: ho iniziato a leggere una nuova saga, ovvero la celeberrima serie di romanzi che hanno ispirato la serie tv Il trono di spade: ho cominciato Le cronache del ghiaccio e del fuoco di G.R.R. Martin, e me ne sono innamorata.

La serie è stata una delle mie preferite e visto che è da poco terminata (sob) ho deciso di recuperare la lettura dei romanzi. Solo ora capisco il successo che hanno avuto: la penna di Martin ti incolla alle pagine del suo romanzo, descrive ogni minimo dettaglio ma lo fa con una leggerezza che ti immerge lentamente nei suoi luoghi e ambientazioni, senza dunque risultare pesante o noioso. Anzi, nonostante la trama io la conosca già perché la serie, per le prime stagioni, era molto molto fedele ai romanzi, è tutta una sorpresa, un colpo di scena. Mi manca un piccolo 25% quindi se non lo finisco domani, sarà dopodomani, diciamolo.

Ritornando al mio racconto di viaggio, dopo la notte in campeggio, siamo ripartiti con direzione civiltà: ieri e oggi siamo stati in viaggio per ritornare ad Adelaide, attraversando ancora la stessa strada dell’andata e godendo di nuovo e ancora un po’ della pace de deserto.

Devo dire che questa nell’outback è stata una delle parti del roadtrip in generale tra le mie preferite anche se è stata molto diversa da come me l’lo ero aspettata: il deserto fa paura, è ostile e inospitale, e la prima sera mi sono sentita terrorizzata; ma poi questa parte di mondo ti entra dentro, e l’angoscia passa. Nell’outback ho vinto le mie paure e timori, ho riflettuto molto, mi sono persa nel rosso del suo orizzonte, e in qualche modo ho ascoltato la pace del deserto, che mi ha aiutata a prendere decisioni, facendomi arrivare a considerazioni che solo qui avrei potuto raggiungere.

Un’esperienza che rifarei, sono stati cinque giorni strani ma elettrizzanti al tempo stesso.

Anche questa settimana ho finito i miei racconti di viaggio; la prossima volta che ci sentiremo sarà per me un nuovo inizio perché saremo finalmente arrivati a Perth, dopo più di sei settimane di roadtrip. Sono ovviamente emozionata e terrorizzata al tempo stesso, ma anche questa cosa fa parte dell’avventura!

Prima di lasciarvi ho preso due appunti sulla mia esperienza, che vorrei condividere con voi

Cose che ricorderò del deserto:

– La quantità insopportabile di mosche;

– Lo spettacolo dell’immensità del cielo, tanto bello quanto grande, tanto che sembra quasi schiacciarti;

– Non possono esistere davvero tante stelle nel cielo;

– La pace e il silenzio incredibile;

– La sensazione di essere un puntino in mezzo a un grandissimo niente.

Finito questo poetico diario, vi saluto davvero dandovi appuntamento alla prossima settimana.

 

Baci

Giorgia

Ps vi lascio qualche foto della bellezza desertica dell’outback!

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Se vi è piaciuto il capitolo sull’outback andate a dare una sbirciata a tutti i capitoli precedenti:

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