Giorgia Chiaro/ novembre 3, 2018/ #Condilibri, Autori Emergenti/ 0 comments

Buongiorno lettori,
chi mi segue assiduamente sa che una volta al mese Book-tique pubblica un racconto in esclusiva. Non un racconto qualunque, e non di certo farina del mio sacco; bensì ho l’onore di ospitare sul mio blog il racconto vincitore di un piccolo contest letterario a cadenza mensile del gruppo AUTORI EMERGENTI – LA RETE (di cui sono amministratrice, dategli un’occhiata che è molto interessante): #condilibri.
Questo mese, visto che Halloween è passato da poco, il tema era “Racconti di paura”. La paura non solo come orrore però, ma trattata da i nostri meravigliosi autori emergenti in tutte le sue forme e sfaccettature. Questo la giuria di blogger mese ha vinto Gabriele Missaglia, bravissimo scrittore emergente con un racconto che tocca profondamente le corde della nostra sensibilità, dal titolo “La porta di Casa“.

Ma basta chiacchiere ora, vi lascio leggere il  racconto di Gabriele.
Ecco per voi “La porta di casa”.

LA PORTA DI CASA

Il profumo di pomodoro cotto a fiamma lenta aleggiava stanco e preoccupato. Il mestolo roteava allo stesso ritmo dell’orologio che senza pietà le ricordava il momento in cui sarebbe tornato.
Per favore, non sbagliare, non questa volta.
Di errori ne aveva fatti davvero tanti, troppi. E tutti portavano alla stessa conclusione: un pianto soffocato nel cuscino, l’unico amico rimasto ad ascoltarla.
Ti prego, non sbagliare, non oggi. Ce la devi fare.
Sara si passò la mano sulla fronte cercando di catturare tutte le gocce di sudore e le paure che si nascondevano dietro quella semplice cena.
La sensazione di trovarsi nel letto dolorante e un po’ più sola, le fece venire il volta stomaco. Era una sensazione che conosceva bene: la provava quasi ogni sera, da almeno tre anni. Tutto per colpa di un uomo, il suo uomo.
La sua vista cadde sul suo braccio. Un livido blu come il cielo ed esteso come il mare le ricordava che due giorni prima aveva messo troppo sale nel sugo.
La nausea lasciò il posto a una confusa vertigine quando il sapore della passata si diffuse sulle sue papille gustative.
Ok, per stasera, il sale non sarà un problema pensò mentre la sua retina metteva di nuovo a fuoco la cucina.
Per colpa di un sapore troppo sapido una volta era perfino finita in ospedale. Si morse le labbra ripensando a quel giorno; la cosa che le diede più fastidio fu mentire al dottore. Con una risposta sfuggente gli disse che era caduta: aveva fatto la figura della stupida.
Forse sono una stupida…
L’acqua della pasta borbottava da un po’.
Gli spaghetti guizzavano come delfini imprigionati in una piscina. Erano di un giallo pallido, quasi fossero ammalati… quasi fossero scotti.
Il suo cuore smise di battere. La gola non riuscì più a incamerare aria. Un rantolo scosse la quiete della cucina.
Ne ho combinata una delle mie…
Trattenendo a forza i conati, prese una forchetta, inforcò parte della massa informe e se la infilò in bocca. Delle grosse lacrime scesero sulle sue guance. Era ancora al dente, sul punto di diventare scotta.
In preda al panico, spense i fornelli, versò l’acqua nel lavandino e sulle sue mani e ringraziò Dio per averla scampata.
Il dolore dell’acqua bollente non era paragonabile a quella dei calci di Andrea. Arrivavano diretti senza pietà sul suo addome o sulla schiena. Le spezzavano il fiato, quasi non dovesse più respirare per potersi concentrare meglio sul gusto dei suoi errori, decisamente amaro.
Un po’ più serena, cominciò a mischiare il sugo e gli spaghetti, pregando l’orologio di non affrettarsi a scandire il tempo. Mancavano quindici minuti; quindici minuti per preparare la tavola, riempire i piatti e accogliere suo marito con un sorriso che non suonasse troppo finto.
Prese le posate, i tovaglioli e due bicchieri. Apparecchiò prima per Andrea, a capotavola; era il posto adibito all’uomo di casa: glielo aveva fatto capire subito che era una grave mancanza di rispetto non riservarglielo. L’unica volta che non aveva badato a quel particolare, se l’era cavata con uno schiaffo.
Sara sorrise.
Avrebbe firmato carte false per un trattamento simile, per ricevere solo uno schiaffo: a confronto di ciò che doveva passare, erano carezze.
Guardò l’orologio.
Mancavano nove minuti. C’era tempo per fare tutto con calma e in modo impeccabile.
Cosa devo fare? si chiese guardando il tegame pieno di spaghetti ricoperti di un sugo denso come sangue.
Non era una buona idea impiattare; la pasta si sarebbe raffreddata e non c’era cosa che lo facesse arrabbiare di più. La prova stava nel muro: un piccolo solco scavato da tutti i piatti con cui aveva cercato di colpirla per dei maccheroni, a suo dire, freddi come il ghiaccio. Decise quindi di andare in stanza, cambiarsi e mettersi un po’ di rossetto: nessuna di quelle azioni l’avrebbero salvata dai suoi errori, ma la aiutavano a non pensare al vivido incubo in cui viveva.
Tornò in cucina. Mancavano cinque minuti.
Respira, prendi un respiro, ce la puoi fare si disse mentre porzionava gli spaghetti nel piatto del marito.
Guardò di nuovo l’orologio. Quattro minuti.
Diede un’ultima occhiata alla cucina, alla pasta, al suo viso riflesso nella grande finestra della cucina. Tutto era a posto, lindo e perfetto quasi avesse preparato la cucina e sè stessa a un’ispezione militare.
Tre minuti.
Sara, non del tutto calma, si sedette in attesa del marito. Tutto era stato fatto a dovere ma aveva come un presentimento: l’imprevisto era dietro l’angolo.
Prima che mancassero due minuti, la porta vibrò: sembrava che qualcuno volesse tirarla giù.
Il corpo di Sara si irrigidì come una pietra, il cuore le si arrampicò in gola e il sangue corse nelle sue vene in cerca di fuga mentre il suono di quei colpi, duri, continui e assordanti, riempiva la casa.
Fatti forza… andrà tutto bene… va sempre tutto bene…
Sperando che la manciata di secondi di anticipo non fosse un brutto segno, si spinse sulle gambe e si alzò. Faceva fatica a reggersi, tremavano come spighe al vento.
«Apriiii, apriiii! Non lo vedi che sono ancora fuori» ciancicò l’uomo.
«Corri ad aprirmi, se no poi vedi» concluse lanciando un’altra scarica di pugni.
Sara si spinse all’ingresso, semi-cosciente, bianca come una nuvola. Le bastò aprire uno spiraglio, per capire: un deciso odore di vino le accarezzò il viso.
Sorrise.
Quella sera nemmeno Dio avrebbe potuto salvarla.

Gabriele Missaglia

Il racconto “La porta di casa” è di proprietà dell’autore, che ringrazio per la gentile concessione.

Vi è piaciuto “La porta di casa”?

Se la risposta è si vi segnalo il Romanzo di Gabriele Missaglia,Il Diario: Un destino già scritto. Potete avere tutte le info sul libro qui –>Il Diario: Un destino già scritto.

Ringrazio sempre la mitica giuria di blogger che valuta assieme a me questi racconti ed ha decretato La porta di casa come vincitore:

Leggo Quando Voglio
La libraia matta 90
A tutto volume libri con Gabrio
Il Labirinto dei libri
Mirabilia Blog
Ec_Shivers’

Al mese prossimo per un altro racconto in esclusiva per voi!

Giorgia

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