Giorgia Chiaro/ agosto 12, 2018/ Recensioni Libri/ 0 comments

“Che ne dici, tu che sei il prodotto di un lungo interrogativo procreatorio: “E’ giusto fare dei figli in un mondo come questo? Il Divino Paranoico merita che si accresca la sua opera? Ho io il diritto di mettere in moto un destino? Non so forse che avviare una vita significa metterle la morte alle calcagna? Cosa valgo io come padre e cosa varrà Julie come madre? Possiamo correre il rischio di assomigliarci?”

Un Pennac al mese leva il medico di torno (licenze poetiche by Giorgia, mi spiace solo manchi la rima).

Chi mi segue assiduamente sa che adoro Daniel Pennac, scrittore francese che con il suo stile unico mi ha rubato il cuore. Mi sono appassionata a lui, leggendo Il paradiso degli orchi, che poi ho scoperto essere il primo capitolo di una saga. Una saga coloratissima di gialli stravaganti, con protagonista Benjamin Malaussène, capo espiatorio di professione e la sua tribù allargata composta dai fratellini minori e da variopinti amici che popolano tutte lo loro storie.
Oggi vi parlo del quarto capitolo di questa serie di libri, Signor Malaussène.

Dove eravamo rimasti con i Malaussène?

Ben è stato miracolosamente salvato dal coma tramite un trapianto di cervello, donato dall’ultimo criminale catturato; alla fine del terzo libro si festeggia la vita di Ben, e un nuovo arrivo in famiglia: Julie si scopre in dolce attesa.

Il continuo de La prosivendola dunque inizia proprio da qui. Il libro appare subito come un lungo monologo del capro espiatorio più amato della letteratura, che si rivolge al futuro bambino che nascerà. Un discorso mentale, in cui racconta al piccolo Malaussène il mondo che lo aspetta fuori dalla pancia della mamma e la grande famiglia che lo sta aspettando.

Ben totalmente in crisi pre-parto, si farà dare il permesso da regina Zabo per mettersi in maternità. Julie per i nove mesi che la attendono si affida a Mathias, vecchio amico di famiglia nonché il miglior ginecologo di tutta Parigi. Matthias Fraenkel è padre dell’illusionista Barnabooth, di cui il volto viene nascosto da anni, ed è figlio di due amanti del cinema, Job e Liesl, anch’essi amici della famiglia di Julie, e che l’hanno vista crescere. Questi due strani personaggi da tutta la vita girano un film misterioso: vorrebbero organizzare allo Zebre, cinema di Belleville, l’unica e sola messa in onda della mitica pellicola prima della sua distruzione.

Contemporaneamente Jeremy, preso da un impeto di creatività, si è trasferito con tutta la banda allo Zebré per mettere in scena lo spettacolo teatrale ispirato alla loro vita, la rappresentazione su un palco dei Malaussène.
Nel frattempo la figlia di Thian, suora benefattrice delle prostitute di quartiere, si troverà a indagare sulle misteriose sparizioni della sue protette.
Tra riviste, gite vinicole e lettere ambigue su aborti si avvilupperà l’ennesima strana storia con protagonisti i nostri cari abitanti di Belleville, con al centro al delitto di Job e Mathias e conseguente incendio della loro casa.
Questa volta ben viene accusato non solo per questo delitto, ma per tutti i precedenti crimini in cui venne involontariamente coinvolto, facendo un po’ da maxi riassunto della saga, ricordandoci cosa è accaduto alla famiglia in tutti i capitoli di questo ciclo di romanzi.

Signor Malausséne

Che dire? La trama di Signor Malaussène come al solito è grottesca e incasinata, forse più del solito; ma il puzzle prenderà una forma comprensibile solo alla fine per dare un senso a questo mirabolante caos Malausseniano, facendoci ridere, divertire, preoccupare, ed emozionare.

La riflessione che ci propone principalmente Pennac in Signor Malaussène è sul cinema. Il cinema come arte, come passione massima. Contrapposto alla passione del cinema familiare e all’ossessione del film unico abbiamo il personaggio di Barnabooth, brillante e genialmente azzeccato, quasi l’emblema di un rifiuto sociale acclamato. Rifiuto sociale perché in una società dove l’immagine è tutto, ci si fotografa e ci si filma in continuazione, questo personaggio è riuscito a vivere la sua vita senza un volto, trasformandosi una voce nell’etere che però non ha sembianze umane. Nella sua lotta contro a una società in cui l’estetica è tutto, Barnabooth riesce a essere nessuno e qualcuno al tempo stesso, andando oltre all’estetica, risultando un’anima senza corpo.

Signor Malaussène ci racconta anche di paura di paternità, in maniera a dir poco esilarante. Ben diventa lo stereotipo dell’ansia genitoriale, della paura di metter al mondo una vita, di essere in grado d’insegnargli a stare al su questa terra, di avere il terrore che questa brutale esistenza lo rigetti come elemento indesiderato. Nonostante Ben sia da sempre una figura paterna dunque, il fare egli stesso un bambino lo manda completamente in crisi, colto dall’insicurezza di non essere all’altezza.

Nel libro, tra le risate generali, Pennac affronta anche un discorso difficile come l’aborto. Non lo fa parlandone seriamente, ma tra le righe ci propone una riflessione sulla vita e sulla nascita, ponendoci sia la tesi antibortista che quella pro, parteggiando più o meno esplicitamente per la vita.

In Signor Malaussène si parla anche di difesa del quartiere; Belleville in questo capitolo diventa ancor più decadente del solito, in cui multiculturalità e un sottofondo di criminalità diffusa vengono più accentuati; una Belleville povera e sfrattata. Un quartiere che si unisce per la propria difesa, delle proprie case, delle proprie cose, delle proprie icone. Si unisce attorno al clan Malaussène in una solidarietà popolare, e con il solito scherno viene descritta un quartiere all’estrema periferia combatte assieme per sopravvivere.

Se devo essere sincera credo proprio che nelle sue oltre 400 pagine Signor Malaussène sia il mio preferito in assoluto della saga, fino a questo momento.
Un libro che come al solito sembra senza una trama fin oltre alla sua metà, ma con la moltitudine di riflessioni che ci propone e la storia che nonostante la sconclusionatezza risulta accattivante, incolla noi lettori alle sue pagine. E poi come accennato più sopra, questo libro contiene molteplici riferimenti ai precedenti, quasi a voler essere un riassunto di tutte le avventure già vissute.
Devo dire che anche a livello di humour Pennac ha dato forse del suo meglio qui, facendomi ridere e sorridere più del solito. E credo che un libro che ti fa ridere sola davanti le sue pagine, sia un tesoro inestimabile.

Tirando le somme, Signor Malaussène non delude per niente le aspettative e ci catapulta di nuovo nel vivace mondo della tribù protagonista delle sue (dis)avventure, tra le pericolose strade di Bellville con un nuovo mistero da risolvere, di cui l’indiziato è sempre e puntualmente Ben. Da leggere per emozionarsi e accogliere tra noi un nuovo membro della famiglia Malaussène.

Alla prossima settima per altre recensioni

Se morite di curiosità invece e volete leggere altre recensioni e consigli, venite a trovarmi qui 🙂

Giorgia

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