Giorgia Chiaro/ luglio 1, 2018/ Recensioni Libri/ 0 comments

“Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.”

I libri famosi e premiati sono molto spesso delle delusioni, per me. Più che altro mi ci accosto carica di aspettative, e il più delle volte sono troppo alte per quello che poi mi trasmette il romanzo. Questa volta però non è stato cosa: quando ho comprato l’Arminuta, in offerta in libreria spinta dai pareri positivi dei più e per la fama che questo romanzo ha acquisito l’anno scorso, avevo paura della delusione. Ma così non è stato.

L’arminuta, la ritornata. Ritornata a casa dopo molti anni vissuti con un’altra famiglia, dopo essere stata ceduta a una cugina dalla sua famiglia di origine, perché troppo povera per crescere tanti figli. Ceduta per farla crescere in condizioni migliori, dai cugini benestanti che vivevano in città, poiché al paese la vita e misera e c’erano troppe bocche da sfamare. Ma un giorno, senza una spiegazione ben precisa, la protagonista di questa storia verrà rispedita a casa, da i genitori biologici, catapultata in un mondo a cui sente di non appartenerle. Questa è la storia dell’Arminuta, di Donatella di Pietrantonio, romanzo Vincitore del premio Campiello e uno dei migliori libri del panorama letterario nostrano pubblicati nel 2017.

L’abbandono è il sentimento predominante in tutto il libro: un’adolescente abbandonata sia dalla vera madre, che da quella “adottiva”, e che non riesce a farsene una ragione, ne di uno ne dell’altro abbandono. Una ragazza troppo giovane per capire le dinamiche degli adulti, che ha vissuto la sua vita fino a quel momento in maniera agiata, non dovendo rinunciare a niente e fare nessun sacrificio.

Uno spaccato del mezzogiorno italico pieno delle sue cerimonie e tradizioni, una fotografia dell’italia degli anni ’70 che ci mostra la parte più dura di una fetta del nostro paese.
L’analfabetismo e la mancata scolarizzazione, la delinquenza, i debiti qui sono cose comuni, un contesto nel quale l’arminuta si sentirà una pecora bianca: ragazza di città, troppo intelligente, con un Italiano troppo corretto e eccessivamente ben educata per i costumi locali. Si ritrova in un paesino del profondo sud Italia, in cui l’italiano non è la lingua ufficiale, dove la gente spettegola molto e la povertà regna sovrana. Un cambio radicale di vita, in cui si trova a condividere i miseri pasti con i tanti fratelli e persino il materasso, l’igiene personale non è all’ordine del giorno e i soldi mancano sempre e continuamente.

L'arminuta

Il tema fondamentale del romanzo però è la maternità, vista in maniera lontana dai canoni standard; una bambina che i ritrova ad avere due mamme in fin dei conti, ma non averne veramente nessuna: una figlia di secondo grado per quella madre che l’ha cresciuta, ma anche quella biologica non è totalmente riconosciuta come vera genitrice, sia perché la ragazza si è sentita regalare a una parente, sia perché le due si sentono effettivamente due estranee. Un legame che per tutti è naturale e fondamentale, ma che nel libro assume risvolti innaturali e complicati.

Una famiglia che ha portato solo sofferenza alla ragazzina, ma anche la famiglia sarà il merito della sua guarigiome. Una sorella ritrovata sarà la forza dell’arminuta, un rapporto che va oltre le distanze e nonostante le differenze che darà il coraggio necessario alla protagonista per andare avanti, grazie alla semplicità della sorellanza.

Una scrittura asciutta e diretta quella della di Pietrantonio, unita a termini dialettali,permette di rendere il libro unico, ma nonostante le difficoltà linguistiche, scorrevole e ritmato. Uno dei tratti caratteristici del romanzo è che se ognuno ha un nome nella storia, la protagonista viene chiamata solo l’arminuta: non possiede un nome e non verrà mai menzionato per l’intera narrazione; questo diventerà il simbolo della mancanza e della perdita d’identità della ragazza.

Ho letto l’Arminuta tutto di un fiato: un romanzo veloce e con una scrittura che è sicuramente nelle mie corse, più essenziale e senza troppi fronzoli. Mi sono sentita vicina alla storia anche perché molto vicina ad una parte della storia della mia famiglia, originaria del sud, in cui non era così difficile “regalare” un figlio ad un parente stretto. Mi sono coinvolta molto più che ogni libro letto, probabilmente, perché in fondo ho letto anche parte della mia storia. E anche se qui si parla di vicende dolorose, questo rapporto libro lettore io lo definirei solo magia.

L’arminuta è un romanzo intenso racconta una storia dura e di abbandono, piena di dolore ma anche di resilienza e della voglia di una ragazza di capire chi veramente lei sia; da leggere per osservare lo spaccato di una vita familiare, e il viaggio di ritorno dell’arminuta.

A domenica prossima per una nuova recensione

Giorgia

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