Giorgia Chiaro/ aprile 1, 2018/ Recensioni Libri/ 0 comments

“Un attimo di vera beatitudine! È forse poco per riempire tutta la vita di un uomo?” 

Leggere i classici è una parte importante della formazione di un lettore; almeno secondo me.
Per questo, come qualcuno di voi già sa, mi sono data alla lettura di grandi classici della letteratura per recuperare alcune mie grandi lacune.
Questa settimana, al riguardo, ho finito di leggere un pilastro della letteratura, uno dei più celebri autori russi che si dice ognuno debba leggere almeno una volta nella propria vita: Fëdor Dostoevskij.
Mi sono approcciata a Dostoevskij leggendo Le notti bianche, uno dei suoi scritti più celebri.

Le notti bianche è una novella ambientata a San Pietroburgo, dove un uomo, scrittore e sognatore, passeggia per le vie della città. La sua solitudine lo ha portato a scoprire anche gli angoli più sconosciuti della capitale russa. Passeggia solitario di notte, condividendo con noi lettori i suoi pensieri e le sue riflessione, pieno di malinconia. Fin quando ad un certo punto si ferma a osservare una giovane donna dal cappellino giallo, a cui timidamente si avvicina e e a cui incomincia a parlare. Da questo timido incontro, nascerà un’amicizia tra i due, dove la donna si fa promettere che l’uomo non si innamori mai di lei. I due si iniziano a incontrare così notte dopo notte, raccontandosi pian piano e aprendosi l’uno all’altra sempre più.

L’incipit di questo racconto è uno dei più belli che io abbia mai letto, in cui Dostoevskij rompe da subito le barriere tra scrittore e lettore e si rivolge direttamente a noi spettatori della sua storia. Così scrive una lunga lettera rivolta a un egregio lettore, raccontandosi: leggiamo Dostoevskij stesso, che parla con noi, come se fosse una confessione. Lo scrittore russo si rivela un sognatore, pieno di solitudine, che si sente diverso da tutto il mondo che lo circonda. Si rifugia per questo nella sua fantasia, unico luogo che lo appaga, senza il coraggio di vivere veramente la realtà.

Prima d’incontrare la bella Nasten’ka, che diventerà un palliativo alle sofferenze dell’uomo, e alla sua solitudine. Questo rapporto di confidenza ben presto si trasformerà in amore per quel sognatore, che non riuscirà a guardare con disinteresse quella creatura che cerca conforto per le sue pene sentimentali per lui. E così anche lei si lascerà illudere da queste attenzioni e sentimenti che l’uomo prova per lei, credendo di aver dimenticato colui che le spezzò il cuore.
Ma anche il rapporto con la bella ragazza si svelerà un semplice sogno, un’evasione dalla realtà a cui tutti prima o dopo devo però ritornare.

Le notti bianche

Il libro non è diviso in capitoli ma in notti, per poi arrivare all’epilogo che si svolge al mattino. Se le notti ci fanno viaggiare in un mondo onirico, il mattino diventa il simbolo del risveglio, del ritorno alla realtà, dell’abbandono delle illusioni, per ritornare in maniera dura con i piedi per terra. Dostoevskij ci dimostra un po’ di cinismo, catapultandoci prima in una fiaba che sembra dover avere necessariamente un lieto fine, per poi bruscamente portare il lettore alla realtà.

Ho amato le parole di Dostoevskij e il suo racconto, nonostante il finale non sia stato quello sperato; anzi, probabilmente proprio perché il finale non è stato quello che credevo. Come ho già altrepiù volte, non amo particolarmente i lieto fine dunque con questo suo libro Dostoevskij non può che avermi conquistata.
Il suo protagonista poi ha toccato poi le mie corde più profonde per la sua natura idealista, e mi sono sentita particolarmente vicina al suo modo di pensare e alle sue fantasie. Un grande classico che nonostante la concretezza con cui finisce, mi ha letteralmente rubato il cuore.

Le notti bianche è un libro sognante e malinconico, che ci riempie di speranza ma poi ci spezza il cuore. Una bellissima quanto agrodolce novella, da leggere per svegliarsi da un bel sogno, e arrivare bruscamente al mattino.

Giorgia

Per altre recensioni, venite a trovarmi qui

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